

I vertici del clan Petrone Puccinelli finiti in carcere
Se l’impatto visivo della piazza di spaccio del Rione Traiano restituisce l’idea di una fortezza inespugnabile, è analizzando la minuta contabilità sequestrata dai Carabinieri della Compagnia di Bagnoli che si comprende la vera forza economica del clan Petrone-Puccinelli.
Non siamo di fronte a un’associazione estemporanea, bensì a una vera e propria azienda del crimine dotata di un organigramma rigido, di mansionari definiti e di una scala retributiva calcolata al centesimo.
Il sistema di remunerazione interno al bunker di via Tertulliano al civico 34 è un orologio svizzero. Ogni mansione ha il suo prezzo, e i pagamenti vengono saldati con regolarità dai responsabili di turno. Nelle intercettazioni captate dagli inquirenti, emerge chiaramente il flusso del denaro che passa di mano in mano.
Gli inquirenti documentano come le vedette di guardia all’esterno e gli addetti alla porta garantissero una copertura dinamica e costante.
Il compenso standard per chi staziona al cancello o presidia l’esterno si aggira intorno a cifre fisse giornaliere, come confermato dalle parole degli stessi affiliati che ricordano i vecchi guadagni:
“Qua dentro avevo cento euro io vicino al cancello e cento fuori” — un sistema che, come ribadisce Antonio Tarantino, resta invariato anche sotto la nuova gestione: “E pure ora è così”.
Dall’altra parte, i “pusher addetti al bilancino” — i soggetti cioè deputati alla pesatura e al confezionamento diretto della cocaina sul tavolo del seminterrato — gestiscono volumi di denaro considerevoli, dovendo però rendere conto ai piani alti della quadratura dei conti a fine giornata.
Lavorare all’interno del bunker non è semplice. I turni massacranti, che possono protrarsi fino a tredici ore consecutive, mettono a dura prova la resistenza fisica degli affiliati. È il caso di Luigi Nocera (alias “Danger”), la cui insofferenza e il cui consumo personale di stupefacenti finiscono per attirare i sospetti e i rimproveri dei vertici, in particolare di Raffaele Pezzuti (“o’ Milanese”).
In un passaggio chiave dell’inchiesta, il giovane pusher giustifica i suoi brevi allontanamenti dal locale con la stanchezza estrema accumulata sui tiri:
“Perché dopo tredici ore di lavoro… alle cinque stamattina non ce la facevo più, stavo incominciando a chiudersi gli occhi con la testa sopra al bilancino…”
Proprio la vulnerabilità legata all’assunzione di cocaina da parte degli stessi operatori della piazza rappresenta uno dei punti di attrito più rischiosi per la tenuta dell’organizzazione. I capi pretendono lucidità assoluta e fedeltà cieca.
Chi sgarra o viene ritenuto inaffidabile rischia l’espulsione immediata o ritorsioni fisiche, coordinate direttamente dai vertici per evitare che imprudenze individuali possano compromettere l’intera struttura criminale.
Il seminterrato adibito a centrale dello spaccio è protetto da barriere fisiche e tecnologiche di prim’ordine. L’accesso è regolato da un robusto cancello in ferro e da una pesante porta blindata apribile dall’interno tramite pulsanti dedicati. Tutt’intorno, un sistema di videosorveglianza avanzato permette agli affiliati di controllare l’area circostante anche a distanza, anticipando l’arrivo di eventuali pattuglie delle forze dell’ordine.
Dalle carte dell’inchiesta emerge l’attenzione maniacale riservata ai dettagli strutturali. Proprio durante le perquisizioni e i monitoraggi, i Carabinieri documentano la presenza di tecnici intenti a installare o aggiornare impianti elettronici e videocitofonici, a conferma di un costante investimento nella sicurezza tecnologica del fortino.
La sicurezza della piazza non è affidata unicamente alle telecamere. All’esterno, il territorio è setacciato da una rete fitta e organizzata di vedette e “pali” che coprono turni continui. Soggetti come Antonio Tarantino, Pasquale Borsella e il pregiudicato Raffaele Pezzuti pattugliano costantemente la zona a bordo di veicoli di diversa tipologia, garantendo una vigilanza dinamica e una pronta segnalazione di pericoli imminenti.
All’interno del bunker, la divisione dei compiti è meticolosa: accanto ai “pusher addetti al bilancino” e ai custodi della sostanza, operano controllori fissi che annotano scrupolosamente la contabilità delle vendite su appositi block notes, gestendo i flussi di denaro e i cambi di turno senza soluzione di continuità. È questa fitta ragnatela di ruoli interdipendenti che rende la piazza di spaccio del Rione Traiano un ingranaggio tanto pervasivo quanto difficile da scalfire.
A incastrare il clan Petrone-Puccinelli non sono soltanto le intercettazioni ambientali e le telecamere nascoste, ma un impianto accusatorio solido costruito su riscontri oggettivi, perquisizioni mirate e, soprattutto, sul compendio dichiarativo degli acquirenti.
La continuità e la pervasività della piazza di spaccio sita al civico 34 di via Tertulliano trovano una dimostrazione plastica nei servizi di osservazione disposti dagli inquirenti. Nel corso di pochissimi servizi di monitoraggio mirato, i militari dell’Arma hanno documentato un flusso impressionante: ben trentacinque individui sono stati notati entrare nel palazzo per poi uscire dopo pochissimi minuti.
Sottoposti a controlli immediati, diversi di questi acquirenti sono stati trovati in possesso delle dosi di cocaina appena acquistate. L’atteggiamento collaborativo assunto da alcuni di loro ha permesso di cristallizzare elementi probatori di inestimabile valore per l’accusa:
All’interno del covo blindato, l’attività non conosceva pause. Le perquisizioni e i riscontri visivi hanno permesso di sequestrare e documentare la presenza di tutto l’occorrente per la lavorazione industriale della droga: bilancini di precisione, buste di cellophane del tipo “shopper” e involucri plastici sagomati.
Emblematica, nelle carte dell’inchiesta, è la figura di Marco Deviato, colto mentre ritagliava pezzi di cellophane di forma circolare — funzionali al confezionamento delle dosi — o mentre tentava di rimuovere dal locale il materiale compromettente su ordine di Antonio Tarantino (“Secchio e carte me li prendo io”).
Elementi fattuali che, uniti alla disponibilità di denaro contante rinvenuto durante i controlli (come i 4.100 euro complessivi trovati in cucina e nella camera da letto di Antonio Martino), escludono in modo categorico la qualificazione del reato come “associazione di lieve entità”.
La struttura, per volumi, organizzazione piramidale, turni di lavoro avvicendati e controllo dinamico del territorio, risponde pienamente ai canoni della criminalità organizzata di stampo mafioso, portando dritta all’applicazione delle aggravanti previste per il sodalizio del rione Traiano.
(nella foto da sinistra in alto Antonio Martino, Maurizio Attanasio, Raffaele Pezzuti, Luigi Nocera, Pasquale Pisa, Salvatore Ottiero e Alfredo tarantino; in basso sempre da sinistra Massimo De Solda, Daniele Nocera, Salvatore Caruso, Ciro Volonnino, Paolo Chiaro, Marco Valenza e Luigi Delle Donne)
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