Traiano District, the informer: "Boss Petrone rules from prison through a fake Instagram profile and a phone."

Napoli – Il blitz scattato l’altra mattina nel cuore del Rione Traiano e dell’area occidentale di Napoli, culminato in 31 ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip Fabrizia Fiore su richiesta della DDA, ha inferto un colpo durissimo al cartello criminale dei Petrone-Puccinelli.

Un’inchiesta mastodontica racchiusa in oltre 780 pagine che fotografa come il potente abbia il controllo delle piazze di spaccio, ma svela soprattutto una struttura di potere camorristico capace di rigenerarsi e di mantenere il controllo militare del territorio nonostante i massicci colpi della repressione giudiziaria.

Al centro di questo sistema c’è la figura del boss Salvatore Petrone, figlio di Francesco o’ nano, capace di esercitare il proprio comando indiscusso direttamente dall’istituto penitenziario.

A scardinare gli assetti del clan e a svelare i segreti della cupola flegrea è il neo-collaboratore di giustizia Domenico Di Napoli. Formatosi criminalmente nella vicina Pianura ma profondo conoscitore delle dinamiche e dei volti legati al narcotraffico locale, il suo percorso di rottura con la malavita inizia il 5 settembre 2024. All’indomani dell’omicidio di Gennaro Ramondino (avvenuto l’1 settembre 2024), Di Napoli si presenta spontaneamente alla DDA di Napoli.

Non si limita a confessare il suo ruolo di gestore di una piazza di spaccio a Pianura (in via Napoli 93), ma autoaccusa se stesso del trasporto e dell’occultamento del cadavere – dato alle fiamme per cancellare le tracce – indicando mandanti, movente e facendo ritrovare l’arma del delitto e una pistola nascosta a casa sua. Una confessione fiume che apre squarci inquietanti non solo sui clan di Pianura, ma sull’intera area occidentale, da Soccavo a Bagnoli e Fuorigrotta, accendendo i riflettori sui rapporti di forza e sugli intrecci criminali.

«Comanda lui dal carcere»: il mistero del profilo Instagram e i canali segreti

Nei verbali depositati agli atti dell’inchiesta, la figura di Salvatore Petrone emerge in tutta la sua attualità criminale. Nonostante la detenzione, il boss continua a dettare le linee guida del clan grazie a canali di comunicazione clandestini.

A raccontarlo con dovizia di particolari è lo stesso Di Napoli nel verbale illustrativo del 30 ottobre 2024:
«Sono a conoscenza diretta in quanto ho avuto a che fare direttamente con il gruppo Petrone Puccinelli, che attualmente Petrone Salvatore continua a comandare all’interno del Rione Traiano per il tramite di Antonio Gemini alias “o moccioso” e “o’ giò” che sarebbe Antonio Martino. Dico questo perché recentemente sono stato da Attanasio Maurizio, alias Pascazziell, perché mi serviva un contatto su Pianura per il gioco online attraverso siti di scommesse illegali… Nell’occasione Pascazziell mi disse che mi dovevo sempre e comunque rivolgere come referente a o Giò ossia Martino Antonio. Solo Antonio Gemini e Antonio Martino hanno contatti con Petrone Salvatore. Ricordo in particular modo una volta che ci mettemmo in contatto con lui attraverso un profilo Instagram falso che era “Giovannidilorenzo”. Questa è la dimostrazione che Petrone Salvatore aveva un telefonino in carcere».

‘O Giò e il nuovo asse strategico con i De Micco

La figura di Antonio Martino, detto ‘o Giò , emerge come il vero e proprio amministratore delegato della holding della droga nel Rione Traiano. È lui l’anello di congiunzione tra il vertice detenuto e la strada, il manager incaricato di gestire i flussi di stupefacenti e di mantenere in piedi la filiera logistica.

«E’ il responsabile per conto di Petrone Salvatore per tutte le piazze di spaccio sul Rione Traiano», spiega il pentito ai magistrati.

È sempre Martino il punto di riferimento per la consegna della cocaina, coordinando i vari passaggi storici dei rifornimenti – dai vecchi canali con Mario Cerrone fino all’approvvigionamento tramite i “Maranesi” e i tramiti di Bruno Carbone e Vincenzo Della Monica.

Non solo gestione interna: tra le doti riconosciute a ‘o Giò ci sono anche le spiccate abilità diplomatiche e criminali nei rapporti interclanici. Agli atti viene messo a verbale come Antonio Martino intrattenga «buoni rapporti con i De Micco di Ponticelli», delineando così un’alleanza strategica di peso tra l’area occidentale e i clan della periferia orientale di Napoli.

La pax armata, il gruppo di fuoco e la guardiania del quartiere

L’ordinanza cautelare descrive minuziosamente anche la struttura militare del clan Petrone-Puccinelli, articolata in figure chiave dislocate sui vari fronti operativi del quartiere.

Nei verbali del 10 ottobre 2024, Di Napoli traccia l’organigramma del terrore:
Maurizio Attanasio alias Pascaziello: gestisce la piazza di spaccio radicata nella zona della Loggetta.
Pasquale Sica e Antonio D’Angelo alias ‘o cuniglio (insieme al figlio Armando D’Angelo): sono i volti del “gruppo di fuoco”, incaricati materialmente di stese, azioni armate e raid intimidatori.
Raffaele Pezzuti alias Zio Raf: gestisce in qualità di socio al 25% la piazza di cocaina e crack di Salvatore Petrone.
Salvatore alias ‘a patan: uomo chiave per la gestione all’ingrosso della marijuana per conto del boss.
Questo apparato armato funge da vera e propria guardiania armata del territorio. Una forza d’urto che non tollera ingerenze esterne, come dimostra l’episodio in cui lo stesso Antonio Gemini bloccò Benny Ivone e Luciano Ivone che circolavano nel Rione Traiano all’indomani dell’omicidio di Gennaro Ramondino, ammonendoli severamente: «Fino a che non si calmavano le acque non li volevano più in giro». Segno di un controllo militare asfissiante, in cui ogni minimo movimento viene monitorato, autorizzato o stoppato dai luogotenenti di un boss che, protetto dalle celle e armato di uno smartphone e di un profilo Instagram fake, continua a muovere i fili della camorra napoletana.

 

 

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Joseph Del Gaudio

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